Tra trionfi sfiorati e rimpianti indelebili, ogni edizione è un nuovo capitolo di un’avventura ancora incompiuta
È una squadra che ha fatto sognare, che ha costruito con pazienza un’identità moderna e spettacolare, ma che, alla fine, ha sempre lasciato la sensazione di un’opera incompiuta. Il Belgio ai Mondiali è una storia di talento, emozione e rimpianti. Dalla sorpresa dell’82 fino alla generazione d’oro del 2018, i Diavoli Rossi hanno spesso sfiorato la gloria, senza mai possederla davvero.
Prima di tutto, il Belgio non è mai stato una potenza naturale del calcio. È una nazione piccola, divisa linguisticamente e culturalmente, ma capace di creare un’identità sportiva fortissima. Il suo percorso ai Mondiali è il simbolo di un paese che sa trasformare le proprie contraddizioni in forza collettiva.
Scopriamo insieme i momenti chiave, le imprese e le ferite ancora aperte del Belgio nel torneo più importante di tutti.
Le origini e il primo sogno mondiale | Gli anni Ottanta e l’ascesa vertiginosa | La Generazione d’Oro e il rimpianto del 2018 | Gioco, tattica e filosofia del calcio belga | Il grande dibattito: talento sprecato o eredità eterna?
Le origini e il primo sogno mondiale
Quando il Belgio partecipa al primo campionato del mondo nel 1930, in Uruguay, è uno dei membri fondatori della FIFA. Ma la squadra è ancora lontanissima dai fasti futuri. Quell’avventura pionieristica finisce presto: due sconfitte su due partite, con Stati Uniti e Paraguay, e una rapida eliminazione.
Ma qualcosa nasce. Il seme della tradizione: un calcio ordinato, disciplinato, in cui il collettivo viene prima del singolo. Una filosofia che, negli anni, diventerà parte del DNA del Belgio. L’esperienza del 1934 e del 1938 non aggiunge gloria, ma consolida una reputazione di squadra seria, orgogliosa, difficile da piegare.
Dopo la Seconda guerra mondiale, il Belgio vive decenni di anonimato calcistico. Nei Mondiali del 1954, torna in Svizzera con una squadra generosa, capace di strappare un 4-4 storico contro l’Inghilterra: un pareggio che rimane simbolo del suo spirito combattivo. Eppure, la sensazione è sempre quella di un potenziale non espresso, di un talento che fatica a emergere.
Gli anni Ottanta e l’ascesa vertiginosa
È negli anni Ottanta che il Belgio cambia volto. Con l’arrivo del carismatico tecnico Guy Thys, i Diavoli Rossi si trasformano da squadra coraggiosa a autentica potenza europea. L’esplosione arriva al Mondiale di Spagna 1982, con un clamoroso 1-0 all’esordio contro i campioni in carica, l’Argentina di Maradona e Kempes. È l’inizio di un’era.
La squadra ha equilibrio, qualità e carattere. Jan Ceulemans, Vincenzo Scifo, Enzo Scifo — giocatori capaci di unire potenza e technica — diventano gli eroi di una generazione. Nel 1986, in Messico, il Belgio scrive la pagina più bella della sua storia. Dopo un’avventura epica, eliminando la Spagna ai rigori e ribaltando pronostici su pronostici, arriva fino alla semifinale contro l’Argentina di Diego Armando Maradona.
Risultato: 2-0 per l’Argentina. Due perle di Maradona che distruggono il sogno belga. Ma quella notte, nonostante la sconfitta, il Belgio si consacra. La semifinale del 1986 rimane tutt’oggi il punto più alto prima dell’era moderna, un traguardo straordinario per un paese di appena 11 milioni di abitanti.
Cosa serviva per compiere l’ultimo passo?
Forse nulla di tecnico. Forse solo l’imprevedibilità del destino. Perché quello spirito, quell’orgoglio, avevano già scritto qualcosa di grande. Eppure, il rimpianto resta: aver toccato il paradiso con un dito, senza potervi entrare.
La Generazione d’Oro e il rimpianto del 2018
Passano anni difficili: esclusioni, ricostruzioni, giocatori di qualità limitata. Il Belgio sembra tornato all’anonimato. Poi, improvvisamente, esplode una nuova ondata di talento: Eden Hazard, Kevin De Bruyne, Romelu Lukaku, Thibaut Courtois, Dries Mertens. È la cosiddetta “Generazione d’Oro”, e il mondo ne resta incantato.
Il Mondiale 2014 in Brasile segna il grande ritorno. Sotto la guida di Marc Wilmots, il Belgio mostra bel gioco e vince con autorità. Viene eliminato soltanto dall’Argentina ai quarti, ma lascia intravedere un potenziale enorme. È il preludio a qualcosa di storico.
Nel 2018 in Russia, il Belgio arriva nel pieno della maturità. Il CT spagnolo Roberto Martínez imposta un calcio moderno, fluido, basato su possesso palla e pressing alto. Il gruppo è un mix perfetto: esperienza europea, forza atletica, creatività tecnica.
L’esplosione arriva contro il Giappone. Ottavi di finale, sotto 0-2. Sembra finita. Ma in venti minuti succede l’impensabile: il Belgio rimonta e vince 3-2 con un contropiede da manuale. Un’azione che entra nella storia del Mondiale, simbolo di talento e spirito di squadra.
E poi, il capolavoro: quarti di finale contro il Brasile, vinti 2-1 con un Hazard strepitoso e un De Bruyne letale. Il Belgio incanta il mondo. Ma in semifinale arriva la Francia, cinica e compatta. Una deviazione fatale, un destino amaro: 1-0 per i Bleus.
È questo il momento più grande o la più grande occasione sprecata del Belgio?
Il terzo posto finale, il miglior risultato di sempre, non cancella la sensazione di incompiutezza. I tifosi e i giornalisti parlano di rimpianto, più che di trionfo. Una generazione di artisti del pallone che ha dipinto un capolavoro… senza poterlo firmare.
Gioco, tattica e filosofia del calcio belga
Per comprendere il Belgio mondiale bisogna guardare oltre i risultati. È la filosofia, più che i trofei, a raccontare la sua evoluzione. Da squadra difensiva e ostica è diventata una delle selezioni più moderne del pianeta, pioniera nel pressing organizzato e nella costruzione dal basso.
Soprattutto dal 2002 in poi, grazie a un rinnovamento delle accademie giovanili, il Belgio ha iniziato a formare giocatori intelligenti, polivalenti, tecnici. Il modello si basa su una federazione unitaria capace di armonizzare le differenze linguistiche e culturali del paese — un’impresa quasi politica, prima ancora che sportiva.
Statistiche rivelatrici: tra il 2014 e il 2022, il Belgio è rimasto per oltre 1.300 giorni al primo posto del ranking FIFA. Eppure, nessuna coppa mondiale è arrivata nella sua bacheca.
Può esistere una generazione leggendaria senza un titolo mondiale?
Sì, se quella generazione ha cambiato il modo di intendere il calcio. Il Belgio di Martínez lo ha fatto: ha ispirato, ha affascinato e ha dimostrato che anche una piccola nazione può comandare il gioco contro le grandi. Ma la storia, spietata, misura la grandezza con le coppe. E in quel metro, il Belgio ha sempre perso per un soffio.
Il grande dibattito: talento sprecato o eredità eterna?
La discussione tra tifosi e critici è accesa: la “Generazione d’Oro” va considerata un fallimento o un successo glorioso? Alcuni vedono in Hazard, De Bruyne e Courtois il simbolo di un talento disperso, incapace di concretizzare la superiorità tecnica in trofei. Altri, invece, vedono in quel gruppo la prova che il Belgio può esistere tra le élite del calcio mondiale.
Il confronto con altre nazioni “di mezzo” — come Olanda e Croazia — è inevitabile. Anche loro hanno sfiorato il trionfo più volte, senza mai vincerlo. Ma hanno lasciato un segno. E il Belgio, oggi, lascia un’impronta forte, che va oltre i numeri.
Eredità tattica: il sistema belga ha influenzato club e nazionali. L’enfasi sul gioco posizionale, sulla costruzione dal basso e sull’adattabilità dei giocatori è diventata modello in tutta Europa. E molti giovani cresciuti in Belgio continuano a conquistare i top club, dalla Premier League alla Serie A.
Ma c’è anche l’altro lato: la paura del declino. Hazard ha lasciato il calcio, Kompany è diventato allenatore, e Lukaku e De Bruyne hanno superato i trent’anni. Il ciclo, forse, si sta chiudendo.
Cosa rimarrà, allora, del Belgio nei Mondiali futuri?
Forse non i trofei, ma un’eredità culturale e tecnica che ha elevato la percezione del calcio belga nel mondo. Una scuola che oggi forma innovatori più che semplici giocatori.
Il senso profondo di una storia incompiuta
Alla fine, il racconto del Belgio ai Mondiali è quello di una continua sfida al destino. Una squadra che dà tutto, che tocca l’eccellenza e la guarda scivolare via al momento decisivo. Ma c’è qualcosa di poetico, quasi eroico, in questa tensione verso il sogno mai realizzato.
Ogni Mondiale è un nuovo capitolo di speranza e di attesa. E forse è proprio questo il fascino dei Diavoli Rossi: non la vittoria, ma la ricerca incessante di essa. Un viaggio pieno di bellezza, dramma e orgoglio.
Perché se il Belgio non ha (ancora) vinto la Coppa del Mondo, ha conquistato qualcosa di più raro: il rispetto e l’ammirazione del mondo. E nel calcio, a volte, quella è la forma più pura di vittoria.



