Preparati a scoprire il lato più sorprendente dello sport: quello dei bidoni da copertina, stelle annunciate con clamore e finite nell’oblio tra sogni infranti e promesse mancate
Possono costare milioni, accendere speranze e diventare simboli di rivoluzioni sportive. Ma a volte i sogni si trasformano in incubi. Alcuni nomi restano incisi non per i gol segnati o per i trofei vinti, ma per la delusione che hanno lasciato. Sono i bidoni da copertina, i flop più clamorosi della storia dello sport.
Il mito del “bidone” | Gli anni ’90: la stagione dei sogni infranti | Calcio e disillusioni miliardarie | Oltre il calcio: flop olimpici e NBA | Il dibattito eterno: colpa loro o del sistema? | L’eredità dei bidoni
Il mito del “bidone”
Nel linguaggio calcistico italiano, “bidone” è più di un insulto: è un giudizio definitivo. È il marchio di chi è arrivato come salvatore e se n’è andato come delusione. Ma dietro ogni flop c’è una storia fatta di aspettative, pressioni, e a volte di pura sfortuna.
La cultura sportiva italiana – e in generale quella mondiale – ama tanto l’eroe quanto la caduta. Perché, in fondo, il fallimento è spettacolo. È dramma, è emozione, è la parte più umana dello sport. E chi meglio di un grande acquisto andato male incarna quell’amara verità?
Come disse un cronista argentino dopo il flop di un attaccante idolatrato a casa e dimenticato all’estero: “I fallimenti raccontano più dei trionfi”.
Gli anni ’90: la stagione dei sogni infranti
Gli anni Novanta furono un laboratorio perfetto per i bidoni da copertina. L’Italia dominava il calcio mondiale, i club spendevano cifre folli e i giornali rincorrevano titoli sensazionali. Ogni nuovo arrivo dall’Argentina o dal Brasile era accolto come il “nuovo Maradona”.
Da Blissett a Esnaider, da Denílson a Prosinečki: l’elenco dei flop è lungo e pieno di romanticismo involontario. Ognuno di loro portava una promessa, una foto sul giornale, una folla ad aspettarlo in aeroporto. Poi, la realtà.
Luigi “Gigi” Maifredi e la sua Juventus del 1990-91 rappresentano per molti la metafora di un’Italia calcistica pronta a sognare in grande ma incapace di gestire la pressione del cambiamento. Allenatori e dirigenti cercavano la novità, ma spesso finivano per inseguire l’illusione.
In quegli anni, il “bidone” diventa un protagonista mediatico. Riviste sportive e talk show costruivano storie, spesso esagerandone i difetti. Nasceva così una nuova categoria di star: l’antieroe del pallone.
Calcio e disillusioni miliardarie
Arriviamo agli anni Duemila, l’epoca dei megacontratti e dei bilanci consolidati. Qui il concetto di flop assume dimensioni globali. Le televisioni trasmettono in diretta ogni partita, e l’errore diventa virale. Un controllo sbagliato, un gol mancato, una panchina troppo lunga: basta poco per trasformare un campione annunciato in una caricatura online.
Uno dei casi più emblematici è quello di Gaizka Mendieta, pagato a peso d’oro dalla Lazio dopo stagioni leggendarie al Valencia. Da riferimento tecnico a corpo estraneo, il passaggio fu rapido e doloroso. Mendieta non divenne mai il faro promesso del centrocampo laziale, e il suo talento si spense lentamente tra panchina e infortuni.
E che dire di Ricardo Quaresma? Trivela, talento, classe pura. Ma nel calcio italiano, la sua magia trovò poco spazio. A Milano, sotto il peso delle aspettative e del paragone con Cristiano Ronaldo, finì per essere ricordato più per i dribbling inutili che per i lampi di genio.
Andriy Shevchenko – dopo anni di gloria con il Milan – affrontò la stessa maledizione al Chelsea. Anche un Pallone d’Oro può diventare “bidone” se il contesto non perdona. Una storia che dimostra quanto il calcio, oltre al talento, sia una questione di ambiente e tempismo.
Persino i giganti inciampano. Chi non ricorda il flop di Kaká al Real Madrid? Un campione mondiale, ma mai al centro del progetto. Gli infortuni e la pressione di un club abituato a stelle che brillano sempre portarono a un declino lento e malinconico.
La lista prosegue: Robinho, Pato, Iturbe, Gourcuff. Storie diverse, destino comune. Tutti eroi (mancati) da copertina.
Oltre il calcio: flop olimpici e NBA
Ma i “bidoni” non vivono solo nel calcio. Il concetto di fallimento spettacolare attraversa ogni disciplina.
Alle Olimpiadi, ad esempio, i favoritissimi che crollano sotto pressione entrano nella leggenda quasi quanto i vincitori. Il pattinatore americano Dan Jansen, considerato imbattibile a Calgary 1988, cadde rovinosamente a pochi metri dal traguardo. Il suo dolore, trasmesso in mondovisione, divenne un momento chiave della narrativa sportiva moderna: il campione umano, fragile, che cade davanti al mondo.
Nel basket NBA, il nome di Darko Miličić è sinonimo di flop epocale. Scelto al numero 2 del Draft 2003 davanti a Carmelo Anthony, Dwyane Wade e Chris Bosh, il serbo non riuscì mai a entrare nel ritmo della lega. Il suo caso resta simbolo di quanto sottile possa essere la linea tra predestinato e delusione.
Oppure, restando in Europa, la tragica parabola di Anthony Bennett, prima scelta assoluta nel 2013, incapace di reggere la pressione. In pochissimi anni passò dalle copertine alla dimenticanza. Eppure, negli annali NBA, resterà lì: come avvertimento eterno alle franchigie e ai tifosi.
I numeri raccontano che, dietro ogni superstar, ci sono almeno due o tre “bidoni” pronti a ricordarci che la perfezione sportiva non esiste.
Il dibattito eterno: colpa loro o del sistema?
La domanda è antica quanto lo sport stesso.
Quando un campione fallisce, di chi è la colpa?
Del giocatore che non regge la pressione? Degli allenatori che non sanno valorizzarlo? O dei media che lo innalzano a mito prima ancora che giochi una partita?
Il sistema sportivo moderno ha bisogno di storie forti. E il flop, mediaticamente, funziona. Richiama attenzione e discussione, genera traffico, emozioni e rabbia. Ma spesso quell’etichetta – bidone – diventa una condanna troppo severa per atleti che, semplicemente, non si sono trovati nel contesto giusto.
In alcuni casi, come per Adriano, dietro il fallimento si nasconde un dramma personale. Altri, come Balotelli, vivono tra genio e incomprensione, costantemente in bilico tra l’idolo e il capro espiatorio. La linea tra leggenda e bidone è più sottile di quanto si pensi.
È giusto giudicare una carriera da una stagione storta o da un adattamento fallito?
I forum, i social e i media amplificano tutto. Un errore diventa un meme. Un’espressione sbagliata su campo diventa un caso nazionale. E così, il bidone da copertina nasce e vive nell’era digitale, dove tutto è estremo e immediato.
L’eredità dei bidoni
Oggi quei volti dimenticati dalle copertine tornano in altri ruoli: commentatori, allenatori, scout. Alcuni hanno trovato riscatto lontano dai riflettori. Altri restano miti ironici, amati proprio per la loro fragilità.
C’è chi sostiene che i “bidoni” abbiano un valore didattico: ricordano che lo sport non è matematica, che il successo non si compra ma si costruisce. Ogni delusione insegna qualcosa – ai tifosi, ai dirigenti, ai giovani atleti.
Quando parliamo di flop clamorosi, dovremmo forse cambiare prospettiva. Il fallimento, nel suo splendore tragico, è parte integrante della grande narrazione sportiva. Non esiste vittoria senza caduta, né leggenda senza disillusione.
In fondo, anche un bidone, se guardato con il giusto romanticismo, racconta la stessa storia dei campioni: sogni, ambizione, coraggio. Solo con un finale diverso.
Forse, più che di bidoni, dovremmo parlare di uomini che hanno tentato l’impossibile.
E in quella sfida, anche senza aver vinto, hanno comunque lasciato il segno.
Per maggiori informazioni sui peggiori flop della storia della serie A, leggi questo articolo di Sky Sport.



