Il Brescia di Gino Corioni ha vissuto una stagione che profuma di leggenda: tra entusiasmo, talento e romanticismo calcistico, la Leonessa d’Italia riscoprì la magia di credere nei propri sogni
Un boato che scuote la città, una lacrima che scende dal volto dei tifosi più anziani, un sorriso pieno d’orgoglio dei più giovani. Brescia, la Leonessa d’Italia, ha vissuto un tempo magico di calcio e passione che ancora oggi vibra nei cuori di chi ama il pallone vero, quello costruito con lavoro, sogni e un pizzico di follia. La stagione irripetibile e straordinaria firmata Gino Corioni è più di una semplice pagina di storia: è un viaggio dentro l’anima di un club che seppe toccare le corde più profonde del sentimento sportivo.
Le radici di un sogno | L’era Corioni e la rinascita | L’arrivo del Divin Codino | Analisi tecnico-tattica | Il dibattito tra i tifosi | L’eredità eterna di una stagione unica
Le radici di un sogno
Brescia non è mai stata una città che si accontenta. Tra le montagne e il lago, tra fabbriche e passione, il pallone è sempre stato più che un passatempo: è identità. Prima dell’era Corioni, il club navigava tra sogni di Serie A e realtà complicate. Campionati altalenanti, risultati incostanti, un amore mai sopito ma spesso ferito.
Quando Gino Corioni prese le redini della società, molti pensarono fosse soltanto un altro presidente ambizioso. Ma lui portava con sé qualcosa di diverso: visione, coraggio, e un’idea di calcio basata sulla bellezza, non solo sull’aritmetica dei punti. Una filosofia che, nel tempo, avrebbe trasformato la squadra in una protagonista romantica del calcio italiano.
Come raccontato anche da Lega Serie A, il Brescia in quegli anni non era solo una squadra: era una favola a colori, un mosaico di talento e passione in una provincia che sognava in grande.
L’era Corioni e la rinascita
Corioni arrivò a Brescia nel 1992 dopo aver già lasciato un segno nel Bologna e nel Monza. Ma fu in terra lombarda che trovò il contesto ideale per costruire la sua opera più grande. Visionario e talvolta imprevedibile, mise insieme un gruppo di lavoro capace di sognare oltre i limiti. Il suo obiettivo non era solo la permanenza in Serie A, ma la bellezza del gioco, l’identità di una squadra riconoscibile.
Nel giro di pochi anni, il club costruì una struttura solida, portò giovani promettenti e allenatori innovativi. Ma il vero colpo di genio arrivò nel 2000, quando Corioni compì un gesto che fece tremare le colonne del calcio italiano.
L’arrivo del Divin Codino
Quando Roberto Baggio, il genio gentile del calcio mondiale, scelse Brescia, molti pensarono a un epilogo malinconico di carriera. Ma Gino Corioni vide ciò che altri non potevano: la possibilità di riscrivere la storia. Non un’operazione nostalgia, ma il cuore pulsante di un progetto che esaltava il talento puro.
Come riuscì Corioni a convincere uno dei più grandi della storia a vestire la maglia del Brescia?
Con carisma, rispetto e visione. Corioni offrì a Baggio ciò che nessun’altra squadra poteva: libertà, fiducia e un ambiente costruito su misura. Carlo Mazzone in panchina, un gruppo affiatato e un pubblico famelico fecero il resto.
Quel Brescia divenne ben presto una rivelazione. Il 10 con la fascia al braccio illuminava il Rigamonti, creando sinfonie calcistiche tra tagli, finte e punizioni che ancora oggi vivono nella memoria collettiva.
Analisi tecnico-tattica
Il sistema di Mazzone, sostenuto da Corioni, era un capolavoro d’equilibrio e audacia. Brescia giocava con un 3-5-1-1 che permetteva a Baggio di muoversi liberamente dietro la punta. La squadra difendeva bassa ma ripartiva veloce, sfruttando i corridoi centrali e le discese sulle fasce.
Dati chiave della stagione irripetibile:
- Posizione finale in Serie A: 7° posto (2000-01)
- Guida tecnica: Carlo Mazzone
- Marcatori principali: Baggio, Hubner, Guardiola
- Punti totali: 49
- Record di imbattibilità in casa: 11 partite
L’inserimento di Josep Guardiola – sì, proprio lui, il futuro maestro del tiki-taka – fu un altro colpo di genio di Corioni. Con l’ex capitano del Barcellona a reggere la cabina di regia, Brescia divenne una squadra tatticamente sofisticata, capace di costruire dal basso e di scandire i tempi con una calma quasi spagnola.
Il calcio del Brescia di quel periodo non era solo efficace: era educativo. Per un club “di provincia”, imporre il proprio stile anche sui campi più prestigiosi rappresentava un atto di pura ribellione sportiva.
Era solo una stagione fortunata, o un capolavoro di equilibrio e visione?
Le statistiche lo smentiscono: quella fu una costruzione lucida, frutto di una filosofia coerente e di dirigenti che avevano compreso come il calcio potesse essere anche arte.
Il dibattito tra i tifosi: nostalgia o mito eterno?
Oggi, parlando con i tifosi del Brescia, la stagione irripetibile evoca emozioni contrastanti. C’è chi la vive come un dolce ricordo, e chi come un mito eterno, un punto di riferimento per ogni generazione successiva. I forum e le curve ancora si dividono.
Baggio era il simbolo di una magia destinata a non ripetersi, o il frutto di una gestione illuminata?
I più romantici credono nella prima visione: senza Baggio, niente incantesimo. Ma chi conosce il tessuto sportivo bresciano sa che dietro quel miracolo c’era la mente di Corioni, con la sua capacità di unire concretezza industriale e follia visionaria.
L’impatto di quel periodo fu enorme anche fuori dal campo: il Brescia divenne simbolo di un calcio che emoziona, che non si piega al cinismo dei risultati a ogni costo. In un’epoca dominata dalle big, la squadra lombarda dimostrò che la bellezza poteva ancora vincere.
Nei bar di Brescia e nelle scuole calcio, quella squadra è ancora citata come modello. Non solo per i gol e i numeri, ma per quel senso di appartenenza che Gino Corioni seppe restituire alla città.
L’eredità eterna di una stagione unica
Gino Corioni ci ha lasciato nel 2016, ma la sua eredità vive nel respiro del Rigamonti, nei cori dei tifosi e nei sogni dei giovani bresciani che inseguono il pallone. Quella stagione irripetibile rappresenta la dimostrazione che anche una “piccola” può diventare una grande, se dietro ci sono idee, coraggio e cuore.
Quell’anno – e quelli successivi – hanno consolidato il ruolo del Brescia come uno dei laboratori calcistici più affascinanti del Paese. Da lì sono passati giocatori destinati a lasciare un’impronta profonda nel calcio mondiale: da Guardiola e Toni fino ai futuri eroi locali come Andrea Pirlo.
Può una stagione cambiare l’identità di una città?
Sì, se quella stagione è vissuta con l’intensità e la purezza con cui Brescia visse l’era Corioni. Non si trattava solo di vittorie o classifiche. Era questione di stile, di dignità sportiva, di saper guardare in alto con orgoglio anche quando gli altri ti considerano “provinciale”.
Oggi il Brescia è tornato a lottare tra difficoltà e rinascite, proprio come la sua gente. Ma ogni volta che un bambino indossa la maglia biancazzurra e sogna un gol al Rigamonti, là, in un angolo di cielo, l’anima di Gino Corioni sorride. Perché il suo Brescia non fu solo una squadra: fu un’opera d’arte calcistica, irripetibile e straordinaria, come poche altre nella storia del calcio italiano.
La leggenda continua, nei ricordi e nei cuori di chi sa che il calcio può ancora essere poesia.



